Bergamotto, crema e amarena.

Nella città di Firenze, in Via dei Servi, poco distante dal Duomo, da oltre cento anni è aperto il “Bar del Magnifico”. Quando ci si entra, si viene investiti da un persistente aroma di caffè appena tostato e cornetti appena sfornati e dall’acceso colore del legno del mobilio, antiquato ma vivo. Un bel marrone chiaro e vivace, partendo dai tavoli interni, quattro per la precisione, con due sedie ognuno, anch’esse di legno ma che era leggermente più scuro e consumato rispetto al resto, rivestite con un sempre morbido cuscino color cremisi, fino al bancone, dove un barista ben educato può servire un caffè nero bollente dalla giusta intensità e alle cui spalle è esposta una discreta collezione di Thè dal mondo, per tutti i gusti e per tutte le necessità.

©Victoria Sterling

Il Bar era posseduto dalla famiglia Aldobrà, un lignaggio dai vaghi ascendenti nobili, ormai diluiti in litri di sangue estraneo. L’ attuale proprietaria era la Signora Tilde, una allegra zitella dai modi svelti e un tantino acidi per i suoi vispi settanta anni. Nei suoi trenta anni di gestione si vantava di aver avuto un solo barista dietro al bancone a servire i suoi fedeli clienti, studenti e turisti vari ed eventuali. Il suo nome era Mastro Carlo, ormai maturo ascoltatore e psicologo su richiesta, la cui gioviale espressione, dietro i suoi spessi occhiali da miope invitava tutte le etnie, età e tipologie di esseri pensati a confidarsi con lui, riversando nelle sue orecchie drammi, avvenimenti e situazioni assurde di tutti i tipi. In fondo la sua era una vita semplice e regolare, obbediente barista, fedele alla smilza Signora Tilde al lavoro e obbediente a Donna Lucia, sua devota moglie, a casa. Pochi sono gli avvenimenti memorabili della sua vita. Viveva ascoltando e osservando. Nella perla d’Italia, i racconti sono preziosi, le parole lo sono, ma anche le abitudini.

Mastro Carlo aveva iniziato a lavorare il 29 Febbraio 1989, un lunedì, raro, freddo e frizzante. La titolare, giovane ma già arcigna gli diede poche, brevi e sbrigative istruzioni, senza mai levarsi i suoi ovali e scuri occhiali da sole, e facendo intendere che tre erano gli errori lavorativi che poteva tollerare prima di troncare la carriera di chiunque. Ma il giovane mastro era un placido carattere destinato a durare dietro quel bancone.

Mai dimenticò la sua prima cliente, erano le 8:29 all’inizio della giornata, quando il campanello posto sulla porta a vetri del bar trillò, attirando la sua attenzione. Una snella figura scivolava in avanti, con eleganza, verso il bancone. Un cappotto rosso cingeva la sua silhouette, slanciata da delle scarpette nere con un leggero tacco, da sotto l’orlo della cappotto si intuiva un vestito dall’intelaiatura floreale. Tutto di lei Irradiava calore e colore. Il volto era inquadrato da una morbida e folta capigliatura di colore bianco, ma le cui punte erano leggermente rosate, in modo delicato. I lineamenti raccontavano un’età indefinita ma assai avanzata. Ogni ruga solcava i lineamenti, ma non stonava. Gli occhi gentili e color miele sorridevano. Le labbra erano sottili, curvate in un accenno costante di sorriso, sotto un’importante naso che rendeva il profilo aquilino. Le mani erano riscaldate da dei guanti chiari in pelle scamosciata, la mano sinistra stringeva il manico di una valigetta. Questa era di forma cubica, in legno scuro, consunto e ricoperta da adesivi di tutti i paesi del mondo, apparentemente non era presente nessuna apertura o coperchio di nessun tipo. Arrivata al bancone, poggiò la mano destra a palmo aperto sul bancone, sorridendo, chiese un Thè al bergamotto ed un cornetto crema e amarena – se possibile al tavolo in fondo, vicino alla vetrata, grazie giovanotto, lei è veramente molto gentile, amo osservare la costante fiumana umana di questa splendida città.

Così Mastro Carlo continuò ad osservare.

Anche la donna seduta al tavolo, in attesa della propria colazione, puntava il proprio sguardo cercando di carpire i particolari dell’umanità che scorreva sulla strada. Immobile, concentrata e persa nei propri pensieri. Arrivato l’ordine versava il Thè fumante nella propria tazza, lo sorseggiava, assaggiava il cornetto, scansava il tutto, poggiava sul minuscolo tavolino la scatola che creava un netto contrasto fatto di ombra, consumata e stanca, con la luce del legno del tavolo. Senza staccare gli occhi dal mondo esterno, si sfilava i guanti mettendo in mostra delle unghie perfettamente laccate di nero. Accarezzava la superficie del cubo compatto per poi, con un gesto quasi cerimonioso sollevare un coperchio che fino a quel momento era completamente invisibile. Solo in quell’istante il suo sguardo si spostava lentamente, con un sottile sopracciglio chiaro alzato, verso l’interno della scatola. Guardava, rifletteva, ispezionava le pareti dell’oggetto come se cercasse la soluzione ad un intricato puzzle.

Immobile, solo gli occhi si spostavano velocemente da destra a sinistra. Poi dopo dieci minuti, scuotendo la testa emise un forte sospiro e con uno scatto secco chiuse la scatola. Pagava e sorridendo usciva dal bar seguita solo da un leggero rimbombo dei campanelli e lasciando alle proprie spalle una leggera fragranza di chiodi di garofano e cannella.

Tutta la scena era stata osservata e studiata da Carlo, dal Mastro, così per tutti i mesi, il giorno 29, alle 8:29 del mattino. Sorridente ed elegante l’enigmatica ripeteva la stessa scena, la stessa colazione, gli stessi gesti e sospiri. Thè al bergamotto, cornetto crema ed amarena. Per trenta anni, tutti i 29 del mese, precisa e fedele. Solo a Febbraio non si presentava, tranne negli anni bisestili. Giustamente.

Nessuno sapeva chi fosse. Mastro Carlo non si reputava una persona curiosa. Ma aveva provato a chiedere ai propri clienti abituali chi fosse quella signora, ricevendo risposte incerte o negative. Eppure nessuno pareva accorgersi di lei, tranne lui, e la Signora Tilda, e nelle rare occasioni in cui le due donne si incrociavano si salutavano con un cenno. Ma il resto della clientela non si era mai soffermata sulla sua esistenza o presenza. Trenta anni, migliaia di tonalità dei colori più caldi del mondo in vari stili stagionali, una costante fatta di unghie di nero smaltate e scatola cubica. Dopo tanti anni al nostro Mastro dispiaceva sapere ed osservare che un oggetto così semplice potesse arrecare così dolore; dolore che emanava la scatola stessa.

Ma mantenne sempre la sua gentilezza e non andò mai oltre i brevi convenevoli che si scambiavano.

Giunse infine il 29 Febbraio del 2020, trentuno anni dall’inizio del lavoro. L’ultimo giorno prima della pensione, prima dell’inizio della nuova gestione, lo scettro passava alla Signorina Germana, bisnipote della ormai anziana e sempre spettrale Signora Tilda. Invece alla misteriosa Signora però non era passato un giorno, non un segno di vecchiaia in più, non un’incertezza nella costanza della sua cerimonia. Così quell’ultima mattina, un anziano e rispettato Mastro Carlo decise di prendere l’iniziativa. Superò il limite. Alle 8:29, giunta al bancone, la guardò negli occhi e con voce ferma chiese – Signora, la sua colazione è pronta, è l’ultima che la servo, oggi finisce il mio lavoro, posso almeno chiederle il suo nome-

Un sorriso enorme, un calore che emanava come fosse una cioccolata calda che abbraccia il cuore. –Certamente, mi chiamo Pandora, solo Pandora-

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