• Vicky

Cent’erbe, iperico e san Giovanni



© Irina Mattioli

"Le cimette io cogliea della mortella,

spico, timo, cedrina e vigorosa,

menta con rosmarino e nipitella,

foglie di noce e qualche ultima rosa."


Alinda Bonacci Brunamonti




La tradizione delle Cent'erbe ha del magico e del pagano insieme. Se il 23 giugno, in tarda serata, vi capitasse di incontrare gruppetti di persone intente a raccogliere petali di fiori e rametti di salvia, non spaventatevi, ma riflettete piuttosto sul fatto, che con molta probabilità vi state trovando in Umbria.


È proprio in questa regione che da secoli, la vigilia del giorno di san Giovanni Battista, si perpetra l'antica usanza delle Cent'erbe, dove „cento“ sta per tante ed „erbe“ per ogni sorta di fiore o arbusto che in questo particolare periodo dell'anno emani un intenso profumo. In concomitanza col solstizio d'estate, infatti, piante aromatiche come la menta, la lavanda o il rosmarino sprigionano tutta la loro carica olfattiva, riempendo l'aria con le loro gradevolissime fragranze.


Il rituale è semplice: per prima cosa si raccolgono le erbe, di pomeriggio o di sera, e poi si lasciano in ammollo per tutta la notte in un catino di acqua, possibilmente di fonte. Il mattino seguente si usa la risultante acqua odorosa per lavarsi il viso e le mani. Alcuni sostengono che il catino debba rimanere all'aperto, esposto alla rugiada e all'influsso delle stelle, per potenziare le virtù benefiche dell'infuso, altri che il catino debba rimare all'aperto, perché san Giovanni passerebbe nella notte a benedirlo. Secondo la tradizione, infatti, l'acqua aromatica avrebbe proprietà salutari, come quella di rendere la pelle più bella e luminosa o di migliorare la respirazione. Pur non potendo purtroppo confermare la veridicità di tali credenze, c'è da dire che la sensazione di quest'infuso sulla pelle è particolarmente piacevole, specialmente dopo una notte molto calda.


Studiosi attestano l'origine pagana del rituale delle Cent'erbe, che combina elementi cristiani e precristiani. In particolare, l'atto del lavarsi con acqua profumata può essere ricondotto a riti di purificazione e guarigione precedenti al Battista, che poi sono confluiti nella tradizione religiosa popolare. Lo storico Santucci ha messo in evidenza come nel medioevo i Francescani curassero i lebbrosi con impacchi di acqua profumata. In Romagna è ancora diffuso il proverbio “la rugiada di san Giovanni guarisce tutti i malanni“.

Il solstizio d'estate segnava per gli antichi la vittoria del Sole sulle tenebre, della salute sulla malattia, della vita sulla morte.

Il fuoco è, non a caso, insieme all'acqua, l'altro elemento purificatore protagonista di molte usanze legate al Battista, come la danza intorno ai falò. Si pensi a questo proposito a La notte di San Giovanni di Vinicio Capossela, che evoca l'atmosfera stregonesca di questa notte, in cui versando chiare d'uovo in una bottiglia di vetro colma d'acqua si possono interpretare eventi futuri. Un rituale simile è quello di far sgocciolare del piombo fuso all'interno di una ciotola, anch’essa piena d'acqua. La forma che assumerà il piombo potrà rivelare indizi preziosi sul proprio futuro compagno o compagna. Interessante è notare come questa forma di divinazione col piombo fuso sia diffusa anche in Germania, ma in un altro periodo dell'anno, ovvero per il 31 dicembre. Nei supermercati tedeschi a Capodanno non si trovano solo dolci e fuochi d'artificio, ma veri e propri set con blocchetti di piombo di forme diverse (quadrifogli, monete, funghetti) insieme a una sorta di cucchiaio per scioglierli sulla fiamma di una candela, prima di versarli nell'acqua. L'atto della divinazione per san Giovanni può essere direttamente ricollegato alla figura del Battista come anticipatore del Cristianesimo e fa pensare ad un accostamento tra il santo e il dio Apollo, divinità solare della profezia e della guarigione.



Per il solstizio d'estate insieme alle cento erbe profumate si raccoglie anche l'erba di san Giovanni, ovvero l'iperico, capace di tenere lontano spiriti maligni e, addirittura, di cacciare diavoli. In realtà, la capacità di allontanare energie negative secondo la tradizione popolare può oggi essere interpretata in chiave scientifica: l'iperico possiede, infatti, ottime proprietà antidepressive e sedative, è utile per combattere l'insonnia e stimola la produzione di serotonina.

© Irina Mattioli

Per giovarsi anche di altre virtù dell’erba di san Giovanni, come quella cicatrizzante e rigenerante, si usa preparare un olio, che sembra essere anche un buon antirughe. Per realizzarlo occorrono: olio di riso (o qualsiasi altro olio facilmente assorbibile dalla pelle), un vasetto di vetro ed un mazzetto di iperico, che potrete trovare in ambienti asciutti, ai margini delle strade in collina o in montagna fino 1.600 metri d'altitudine.

Una volta raccolto dovrete separare i fiorellini gialli dal resto della pianta e sistemarli nel vasetto di vetro, fino quasi a riempirlo. Se non volete macchiarvi le mani di rosso, è ben usare un paio di guanti. Colmate il vasetto con l’olio, chiudetelo bene e disponetelo in un luogo esposto ai raggi solari, a diretto contatto con il suolo. Lasciatelo riposare per 40 giorni, girando di tanto in tanto il vasetto. Trascorso il tempo indicato filtratelo con un colino ed utilizzatelo, ad esempio, per massaggiare le tempie quando vi sentite stressati e giù di tono. Ottimo è anche per favorire il processo di cicatrizzazione di piccole ferite, per alleviare i segni del tempo e per lenire segni di scottature.


Insieme al piombo e alle chiare d’uovo l’iperico può essere usato, nella notte di san Giovanni, come strumento di divinazione: mettendone un rametto sotto il cuscino potrete dare un volto all’uomo o alla donna della vostra vita.


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