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  • La Tata

Fiamma e il suo nuovo amico (Un racconto di M. Valeria Manconi)


Fiamma (© M. Valeria Manconi)

Acciambellata in mezzo a quei lunghi peli, mi sentivo come in paradiso. Il profumo era familiare e quando lo respiravo a fondo, arrivava fin dentro all'anima.

Il sole era appena spuntato e vedevo un piccolo bagliore entrare dalla finestra socchiusa. La nostra cuccia era calda e morbida; io e la mia mamma ci stavamo dentro perfettamente, avvolte come in un abbraccio. Lei aveva appena aperto gli occhi e solitamente iniziava a leccarmi e lisciarmi bene i peli: arrivava l'ora del bagno.


Ero ancora una piccola gatta di un paio di mesi, stavo appena scoprendo il mondo, la mia vita era tutta qui. In cucina avevamo la nostra piccola cuccia e vicino al muro una ciotola per l'acqua e per il cibo. Fino ad oggi non avevo mai assaggiato nient'altro che il latte della mia mamma. Lei cercava di tenermi sempre al sicuro lì in quella stanza, senza mai farmi allontanare; se solo provavo a scappare con un balzo veloce mi prendeva per il collo, sollevandomi di peso, e mi riportava nella cuccia, su cui ruotava tutto il mio mondo.


Uno dei due umani si sveglio presto quella mattina, ci accarezzò entrambe e mise un bel po' di cibo nella ciotola vicino a quella dell'acqua. Fino a quel momento non ne avevo mai colto il profumo, l'unico che mi aveva attirato era quello della mia mamma. Era così invitante, lo respiravo a pieni polmoni e ne assaporavo in bocca la fragranza. Con passo incerto mi avvicinai e iniziai a mangiarlo. Un esplosione di sapori nuovi e inebrianti. Mi sentii catapultata in un mondo parallelo per qualche istante. La ciotola fu presto vuota e sollevai la testa sazia e felice. La mia mamma però mi guardava preoccupata, si avvicinò

senza più sorridermi, con lo sguardo duro e severo, mi disse: “ Ora dovrai andare via! “

Dapprima rimasi un po' confusa, ma non appena l'umano uscì dalla stanza, la mamma mi prese per il collo e con un paio di balzi passò attraverso la finestra e lungo un viale alberato.


Non avevo mai sentito il vento sul viso, il profumo degli alberi risonante saliva forte nel naso, alcuni piccoli animali cinguettavano verso il sole. La ringhiera, che circondava il viale, creava intervalli regolari di ombre sul mio viso. Mi abbandonai per un attimo a tutti quei nuovi profumi. Saltammo un cancello alto e dei rumori forti invasero le mie orecchie. Solo in quel momento mi soffermai a pensare:<< dove mi sta portando la mia mamma? >>

Sollevai lo sguardo, ma lei guardava dritto davanti a se. Dopo un po' di strada cominciai ad essere stanca. Sembrava passato un tempo infinito in quella posizione, con le zampe penzoloni, incapace di muovermi. Contrariata incrociai le zampe una sopra all'altra, con il broncio sul muso.

Ad un certo punto la mamma si fermò. Qui l'odore era molto forte e strano, lei si guardava intorno. Finalmente decise di poggiarmi per terra. Feci un balzo improvviso, mi trovavo sopra una pietra umida e fredda, alle mie spalle una grossa distesa di acqua si infrangeva e dei goffi uccelli volavano sopra le nostre teste. La mamma mi leccò piano un orecchio sussurrandomi un addio e, prima che potessi parlare, corse via lontano. Cercai di muovermi per fermarla, ma la roccia era scivolosa e più volte rischiai di cadere in acqua. Provai piano piano ad inseguirla, scivolando di tanto in tanto, fino a quando uno schizzo

non mi colpì sulla zampa facendomi cadere a terra. Rimasi li, impietrita, a piangere, guardando la mia mamma sempre più lontana, sempre più piccola. Non avevo più la forza di alzarmi, il sole stava ormai calando ed io giacevo a terra da ore, triste.

<<Dov'è finita la mia mamma? Perché mi ha abbandonata?>>


Iniziai a sentire i primi morsi della fame, nessun profumo qui intorno mi ricordava qualcosa di buono. Continui a piangere tutta la notte, fino a quando non mi addormentai.

Un freddo gelido mi svegliò all'alba, avevo tutto il pelo bagnato dall'umidità e quei goffi uccellacci giravano di nuovo sopra la mia testa. Cercai piano piano di sollevarmi, la roccia era più bagnata di prima. Mi misi a pancia in giù e non appena girai la testa vidi qualcosa davanti a me: becco giallo, grosse zampe palmate e occhi fissi su di me. Mi venne un brivido fino alla schiena.

Cercai di alzarmi sempre più lentamente, becco giallo mi fissava attendendo una mia mossa, forse voleva prendermi e mangiarmi. Dopo pochi secondi un altro becco giallo si appoggiò sulla roccia vicino a me, anche lui mi fissava. Poi un altro e un altro ancora, ero circondata. Sentivo forte il battito del mio cuore. Ero paralizzata, non sapevo bene cosa fare. Tutti quei becco giallo mi guardavano fissi, privi di sentimento. D'improvviso sentì il verso di un gatto, non feci in tempo a guardarlo, mi aveva preso in bocca e con un salto ci allontanammo da quella roccia. Cercavo di scorgere il volto.

<< Sarà forse la mia mamma che è ritornata a prendermi? Forse non si è dimenticata di me, forse non mi voleva realmente abbandonare.>>


Improvvisamente ci fermammo e venni poggiata a terra. Eravamo su uno spiazzo, lontano dalle rocce. Alzai lo sguardo e capii subito che non era la mia mamma. Davanti a me c'era un grosso gattone tutto arancione, con gli occhi verdi molto grandi. Mi osservava con un sorrisetto compassionevole.

“ L'hai scampata bella mia cara! Io mi chiamo Rocco! Sei tutta intera piccolina? “

Ero sorpresa, nessuno, a parte la mia mamma, mi aveva mai rivolto la parola.

Risposi: “ La mia mamma non mi ha dato un nome, mi ha lasciato qui sopra quelle rocce. Non so perché".

Cominciai a piangere di nuovo, quel Rocco mi prese con le zampe avvicinandomi a se e sussurrando: ”Tranquilla piccola, ci sono qui io. Ora ti porto dai nostri amici umani, ti daranno qualcosa da mangiare. Forza vieni con me”.

Cercai di asciugare le lacrime con le mie zampette bianche e poi ci incamminammo non tanto lontano da li.

Dopo poco arrivammo davanti ad un enorme edificio, degli uomini in tuta rossa si avvicinarono. Rocco si mise a miagolare forte e loro risero tutti insieme. Uno disse: “ Guardate ragazzi, il nostro Rocco ha una piccola amica.”

Un altro intervenne :” Chiamiamola Fiamma! Le sta bene! “

Un altro mi sollevo in peso e disse :” E' molto magra , prendiamole qualcosa da mangiare!"

Il più giovane corse dentro l'edificio e dopo poco uscì con un piatto pieno di cibo. Mi misero a terra. Mangiammo tutto d'un fiato e con la pancia piena iniziai a sentire un po' meno la tristezza. Rocco salutò gli amici umani con un paio di miagolii e sorrisi, a cui risposero :” Rocco prenditi cura della piccola Fiamma! Tornate qui anche domani! “


Ci avviammo di nuovo verso lo spiazzo. Mi mostrò un piccolo cunicolo dove erano disposte alcune cucce soffici e ciotole con cibo e acqua. Adagiata al sicuro, mi sussurrò di stare tranquilla che ora avrebbe pensato lui a me e che l'indomani avrei conosciuto gli altri suoi amici gatti che vivevano nei dintorni. Mi addormentai felice sapendo che avevo di nuovo una famiglia e che non ero più sola.


M. Valeria Manconi

Rocco (© M. Valeria Manconi)

Un grazie doveroso va a Valeria che ci ha regalato questo racconto. Se vi siete affezionati a Fiamma e volete scoprire di più sulla sua vita, potete trovare il libro "Una gatta di nome Fiamma" in tutte le maggiori librerie online. Un bel racconto lungo, consigliato per i bambini dai 4 anni in su, ma anche per noi, bimbi cresciuti. Potete seguirla anche su Facebook! Vi lascio i link dove potete trovare il libro:

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LA FELTRINELLI

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