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  • La Tata

Ho sognato di morire, (Un racconto di Sabrina Mills).



La pendola dei vicini ha appena finito di battere il dodicesimo colpo. Il pulviscolo nell’aria crea strisce biancastre, attraversando i fasci di luce che filtrano dalle stecche delle saracinesche a mezz’asta. Capita, d’estate, di tenerle così per non far entrare il calore eccessivo del sole, ma anche questo ottobre è decisamente più caldo del solito.


Ieri ho litigato malamente con Marta per via della sua amica Giulia. Deve essere ancora parecchio incazzata con me. Da quando sono entrato nella stanza non mi ha nemmeno guardato in faccia. Che poi, nemmeno mi piace Giulia. Certo ha un bel corpo, fianchi sinuosi, un culo sodo e tornito come pochi alla sua età. E più di una volta ci ho fatto un pensierino sopra. Ma chi è l’uomo che non guarda le altre donne, che non fantastica su di esse, specie se risvegliano in lui istinti ormai sopiti?

Non ho mai fatto mistero di questo con lei, del guardare curve e movenze sensuali, intendo. E non ha mai avuto reazioni esagerate come ieri.

Non lei, cazzo!


Le ultime parole che mi ha rivolto mi frullano ancora in testa, come una pallina con un abbrivio infinito che sbatte senza sosta sulle pareti.

La mangiatrice di uomini, così la chiamano, lei e le altre amiche del gruppo del liceo. Non ha mai fatto mistero della sua fame insaziabile di uomini e non si è mai fermata davanti a un matrimonio o all’amicizia, pur di soddisfarla. Ma mai potrei tradire Marta, la amo più di me stesso.


Fortunatamente, il mal di testa feroce di ieri notte mi è passato. Deve essere stato il troppo vino bevuto al matrimonio di Gigi. Bella festa, ma quanto ho bevuto! Giulia era fasciata in un tubino rosa che non lasciava molto spazio alla fantasia. Era talmente aderente da apparire come una vernice stesa sulla pelle dorata. Il culo era segnato dal rilievo abbozzato di un perizoma, unico pezzo di tessuto sotto la seconda pelle rosa.

Probabilmente non dovevo ballare con lei, ma ha insistito parecchio, e l’alcol in corpo non mi ha aiutato a dire di no. Forse, se non avessi bevuto così tanto, non le avrei spalmato la mano su quel pezzo di marmo. Che stronzo! Vabbè, ormai è fatta. Aspetterò che si calmi, poi proverò a parlarci e chiarire che non me ne frega un cazzo di lei.


Quanto è bella però quando è incazzata. Lo è sempre, bella, ma il broncio le dà un qualcosa in più che non mi spiego. Le labbra arricciate, gli occhi leggermente socchiusi e quel suo evitare di guardarmi, me la fanno amare ancora di più. È raggomitolata nell’angolo del divano. Le ginocchia a sfiorarle il petto androgino. Abbiamo sempre discusso sul suo desiderio di rifarsi il seno, ma sono sempre stato contrario. Non sarebbe più lei senza quelle curve appena visibili che fanno risaltare i suoi capezzoli. Magari un giorno deciderà di farlo senza darmi retta.

Il collo del maglione le avvolge il collo fin sopra il mento, quasi a proteggerlo. La mano gioca rabbiosa con la punta del piede. Sta sfogliando distrattamente una rivista sorretta dal cuscino sul quale è poggiata. Tra una pagina e l’altra non ha nemmeno il tempo di leggere, tanto è veloce il suo sfogliare.

Nell’altro angolo del divano c’è Andrea. Ha sempre odiato il suo nome e non siamo mai riusciti a farle capire che ce ne eravamo talmente innamorati, e nonostante le rassicurazioni del ginecologo, quando è nata lei al posto del maschietto promesso, non lo abbiamo cambiato. Andrea, Andreina, Andreuccia. Né quello, né nessuna variante. Li odia tutti.

Appena avrò diciott’anni, lo cambierò!

Ormai è diventato il suo soprannome questa frase, talmente spesso la ripete. E temo che l’anno venturo lo farà. Pazienza.


Anche lei mi odia, ovviamente. Anzi, ci odia entrambi! Ma devono essere i suoi diciassette anni. A questa età si odiano un po’ tutti gli adulti. I genitori, gli insegnanti, gli zii che non ti fanno i regali e che ancora ti trattano come una bambina. Le attenzioni e le smancerie sono tutte per le amiche e per i ragazzi speciali, quelli che ti fanno battere il cuore, appena li incontri a scuola.

È la copia esatta della mamma. Stessi lineamenti, stesse efelidi e stesso seno inesistente. Ci odia anche per questo. Le sue dita corrono veloci sulla tastiera virtuale del suo smartphone. Ancora non capisco come i giovani facciano a scrivere così rapidamente. E a due mani per giunta, mentre io non riesco a farlo nemmeno con una. Beata gioventù.


Stanotte ho fatto un sogno. Era talmente reale che mi sono svegliato nel cuore della notte. Marta piangeva china su di me. Ricordo che mi accarezzava la testa, mentre le sue lacrime mi cadevano sulle palpebre chiuse. Anche Andrea piangeva, seduta sul bordo del letto. Strano. Sentivo un brusio provenire dalle altre stanze, come se ci fosse qualcuno. Come se fosse normale andare a casa della gente in piena notte. Eppure, non riuscivo a dire nulla, a chiedere che fosse successo, perché piangevano. Appena mi rivolgerà la parola, glielo racconterò e ci faremo due risate. Sicuro.


Le squilla il telefono. Deve essere una delle sue amiche per darle sostegno in questa lotta femminista.


- Ciao Michela…

Grazie…

Non so che dire…

È successo all’improvviso…ieri notte…

Domani alle quindici…

Grazie…


Deve essere successo qualcosa. Non era un discorso su Giulia.

Marta che è successo?

Non mi risponde.

Marta, rispondi!

Che cazzo è successo?

Ancora il telefono. Ancora le stesse frasi smozzicate.


- Grazie…


È scoppiata a piangere. Andrea molla il telefono e le si avvicina. La abbraccia.

Ma che cazzo è successo?

Urlo più forte che posso, ma nessuna delle due mi risponde. Nemmeno mi guardano.


- Perché…non doveva morire…non abbiamo neanche fatto la pace…


Il pianto è senza sosta, accompagnato da singulti. Il telefono squilla ancora. Si unisce anche il campanello della porta. Chi è tutta questa gente. Da dove è uscita? Perché nessuno mi saluta?

Giorgio…Antonio…zio Giuseppe…

Tutti vanno verso la camera da letto. Ma che cazzo…


Stanotte ho fatto un sogno. Ho sognato di morire.


(Sabrina Mills)


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