Per un Vello di troppo

Esistono in tutto il mondo, dalla città più popolosa al paese sperduto su una scogliera in Scozia, delle convergenze architettoniche. Quando i pilastri si incrociano nella vista periferica e le volte a vela dei soffitti, scrostate dal tempo, si riempiono di vento dalla longitudine sconosciuta, si aprono le entrate per le Locande liminali al mondo e all'universo. Tutte sono contrassegnate dal numero civico 42. Che è sempre la risposta corretta un po’ a tutto. Sono Locande sempre piene di personalità singolari o meno. Al bancone è sempre in attesa il gentile Padron Lazzaro, pronto ad offrirti qualunque specialità, ma pecca, a volte nella sottile arte dell'ascolto che ogni bravo oste dovrebbe possedere. Spesso si perde nei suoi pensieri come se stesse aspettando una chiamata che stenta ad arrivare, ormai da un paio di millenni.

Ma, in compenso, le grandi tavolate scure, di legno consunto sono piene di esseri e persone in attesa di raccontare ed ascoltare. Ognuno col proprio metodo. La Locanda ha sempre un posto disponibile, sia per chi capita per caso, sia per i viaggiatori curiosi che per gli abituè.


Quel giorno, la sempre seria Madame M, prese l'entrata alla Locanda, dal solito ingresso presente nelle corti di Venezia. Per inciso dalla piccola porticina di legno verniciata di verde, ormai sbiadita dal sole e dalla salsedine, di Corte Sconta detta Arcana, da cui lei, i veneziani e a volte i Maltesi vagavano per altre storie.

Aveva voglia di quel particolare Thè che al giorno d'oggi non esiste più, con quel sapore di mare salato, oro e lapislazzulo che pizzica la lingua riscaldando ed inondando le ossa, riuscendo a mantenere a galla qualsiasi naufrago che avesse perso la corretta costellazione da inseguire. Voleva rievocare, come spesso accade le sue colpe.

Il suo abito, di ispirazione vittoriana, con un colletto di pizzo bianco chiuso al centro da un cammeo rosa e bianco decorato con la testa di un caprone, delineava e slanciava la sua elegante e seria figura mentre ondeggiava verso il bancone affollato. Volto limato e reso serio dal mondo e le sue tragedie, sguardo color del mare in burrasca e in cui spesso qualcuno era affogato. Ma solo quello si poteva fare. Labbra sottili che mormoravano nomi paterni ormai perduti. E una corvina chioma modellata a nido d'ape. Come se non vivesse in un mondo pieno di internet e immagini digitali, ma fosse rimasta ferma al 1888, epoca che le risultava altrettanto estranea. Ma è un rischio che spesso affligge le stirpi simili alla sua. Qualcuno risultava essere uno strano miscuglio di anni ed epoche perdute anch'esse.


Madame M, non era una grande chiacchierona, ma amava sedersi ed ascoltare le storie altrui, a volte lasciando trasparire la sua saggezza, con poche frasi coincise, una conoscenza approfondita di erbe e intrugli misteriosi, vegetariana ferrea.

Capitava che qualche, ormai dimenticato, antico Signore della guerra, oggi agente incallito di Wall Street, tentasse di avvicinarsi a lei e alla sua glaciale bellezza, offrendole costosi champagne o promesse pompose da chi ormai poteva solo serbare il ricordo di lontani adoratori che li manteneva vivi.

Invariabilmente lei rifiutava tutto. Con taglienti risposte, ma ormai era un'esperta in questo. Divorziata in un epoca in cui questo significava solo essere rinnegata e ripudiata, aveva dato tutto per amore e tutto aveva perso. Poteva leggere le stelle ed aspirare a potenze inaudite grazie a parenti divini e conoscenze arcane sudate, ma si fece ingannare da un uomo. E non perdonò mai. Piuttosto che vedere tutta la sua eredità di carne e sangue nelle mani di un arrogante borioso con un vello di troppo, preferiva uccidere i suoi stessi figli.

Ma erano passati secoli, e oramai era un guscio pieno solo di ricordi e acidità. Aveva visto il mondo, riflettuto, mai pentita, ne perdonata e senza pace.

Tranne quando si fermava alla Locanda liminale. Lì trovava un po' di serenità bevendo liquidi ormai rari e incontrando qualche desueto parente.

Quel giorno, una splendida domenica mattina di primavera, in attesa ad un tavolino, solitaria e guercia c'era la Strega della Polvere. Il piccolo tavolo rotondo era coperto da una scarlatta tovaglia su cui erano distesi dei tarocchi, che lei, con le sue rugose mani girava, mischiava, voltava e sospirava. La grigia crocchia di capelli era tenuta insieme da uno spillone di avorio intagliato con migliaia di strani simboli che sembravano vorticare e creare diverse immagini. Solo il suo occhio sinistro era aperto e lattiginoso, la palpebra dell'occhio destro era invece semichiusa e cucita da ragnatele polverose.

Ogni ruga era una domanda che aveva scavato una risposta.

Ma il suo aspetto era contrastato dal suo gioviale atteggiamento e dalla squillante e tenera voce che solo una melliflua strega zingara poteva possedere. Le carte fremevano quel giorno, vibravano in direzione di Madame M. come se avessero una storia da raccontare, un messaggio da recapitare. E lei stessa, come se avesse sentito un lontano campanello squillare si avvicinò con fare distratto all'anziana zingara.

Prese la sediolina e si sedette eretta ed imperturbabile di fronte alla Strega ed accarezzandosi il cammeo al colletto parò per prima.

-Io so chi sei, Strega della Polvere, ti ricordi di me? Dal vecchio mondo? -

-Figlia del sole spento, ancora mi ricordo e porgo i miei omaggi, le mie carte ti volevano parlare, i granelli di polvere bisbigliano e squittiscono e sai bene che vanno ascoltati. Prendi le carte, mischiale e il resto lo faranno loro ed io.-

Le dita affusolate della mano della Madama del sole spento presero il corposo mazzo di

©Victoria Sterling

carte, mescolando con abilità e sussurrando parole di una Colchide ormai perduta.

Dopo sette giri di mano posò il mazzo sul tavolo tagliandolo da destra verso sinistra.

Sapeva quel che faceva, ma il perché le era oscuro.

Al ché la zingara dal bianco occhio vigile iniziò a distendere quelle carte consunte schematizzato una piramide al contrario.

Sei file, 22 arcani, immagini di uomini e donne danzanti che muoiono e rinascono dando vita a nuovi eoni. Un’eterna morte e rinascita su una, ormai consunta scala di Giacobbe.

La strega osservava i Tarocchi, decifrando, Madame M girava distrattamente la sua tazza di Thè, con un cucchiaino, guardando malinconicamente alla finestra alle spalle della zingara, mentre due soli tramontano e una luna viola faceva capolino, persa nei suoi ricordi.

Ma in certi luoghi la distrazione è un inganno di cui molti si approfittano.

La Strega della Polvere tocco la punta in basso, l'ultima carta, una stella che affogava in un lago lunare, argenteo ed infinito.

E la sua voce risuonò, ma stavolta era diversa, sembrava che in un eco distante, altre due voci si fossero unite alla sua.

-Medea, secoli sono passati, mondi e civiltà sono cresciuti e crollati, ed ogni giorno ti sei uccisa dentro. Abbiamo avuto le nostre grinfie su di te, le Erinni, furenti, stesse hanno aperto il tuo cuore gettandolo al vento. La tua anima è stata sbriciolata, più volte per far pagare a te sette generazioni di peccati, le tue colpe mai dimenticate. Il loro sangue, uguale al tuo, sulle tue stesse mani.-

Madame M, ascoltò il suo nome che da secoli nessuno pronunciava, nessuno la chiamava più così. E la sua attenzione si focalizzò nuovamente sulla vecchia zingara, che adesso aveva l'aspetto di una bonaria donna matura, un’impeccabile casalinga anni '50, con solo l'occhio destro e un sorriso, una voce calda e le parole che fluivano ancora da quelle perfette labbra mentre con un dito, della mano liscia e con perfette unghie smaltate, indicava la carta dell'eremita, una figura femminile di nero ammantata che si perdeva nella notte con solo una stella a fargli luce.

-La tua strada ê stata lunga e solitaria, il perdono stesso ti è stato negato. La tua famiglia ti ha allontanata e mai pace hai realizzato per avere il sangue dei tuoi figli sulle mani. Mai vendetta fu così amara per le stirpi divine.-

-Ma ora- continuava la zingara ora divenuta bambina, con una voce innocente, - Ma ora, dai Campi Elisi, tuo fratello e i tuoi figli parlano, il tuo profumo ancora li conforta, la tua ragione ti restituiscono. La giostra della vita continua ancora ed hai ancora molti giri da compiere. Perdonati perché loro lo hanno fatto. Ridi se davvero meritavi tale vendetta. Il tempo è rinato, noi ti perdoniamo.-

Adesso la strega bambina, piccola e saggia, con due occhi viola e uno sgargiante sorriso aveva concluso il suo messaggio. La polvere era silenziosa e un raggio di luna viola illuminava il tavolo. Una volta che ebbe finito di riordinare le carte, saltò giù dalla sua sediolina, mise una piccola mano su quella di Medea e sorridendo aggiunse - Siamo Eumenidi, siamo Parche, siamo riflessi di un medesimo specchio. Sappiamo che ancora hai una lunga strada da percorrere, ma ora puoi seguirla non soffrendo per ciò che hai fatto, ma dando valore a chi non può più farlo. Vivi per te e per i tuoi figli, oggi devi trovare il coraggio di perdonarti.-

Detto questo, prese il cammeo al collo di Medea sostituendolo con un altro al cui centro era ritratto un sole rosa e sornione. Corse via raggiungendo una signora di mezza età e un'altra vecchia zingara e tutte e tre andarono via senza voltarsi.

Medea era sconvolta, il volto rigato da lacrime che non si fermavano, mani tremanti, pensieri convulsi, era il momento? Ora poteva farlo, si strinse le mani al volto… e piangeva...lasciando andare il peso. Le lacrime erano un torrente, fino a quando non rimase neanche una goccia. I singhiozzi allora divennero brevi e rari fino a trasformarsi in risate. Iniziò a ridere senza sosta, una risata prima isterica, poi genuina, non rideva da millenni, da quando stringeva o suoi figli appena nati. Gli unici. E si ruppe, un altro argine. L'argine della vita. Corse fuori dalla Locanda liminale. E tornò sotto il sole di Venezia. Questa volta per vivere davvero.

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