©2019 by The Melting Box. Proudly created with Wix.com

  • La Tata

Torre d'Avorio. (Un racconto di Elena Gentile).



Ha paura. Non sa cosa dire. Sta morendo dentro. Chiusa nella sua torre d’avorio a 15 km dal mondo. Una spensierata scrittrice si dedica al suo dolore/pena. La soffoca. La soffoca nella pancia.

In realtà vorrebbe uscire, esplodere , piangere, le si ferma un groppone all’altezza del petto. Sta male. Pensa a lui. Pensa che lui... che lui sia... no, troppo facile: la colpa del dolore a lui? Lui non c’entra niente. Lui non è neanche una minima parte del problema. Lui si comporta bene. Lui tace. Tacendo non fa niente. Facendo niente, non può far male. Infatti non lo sente. La scrittrice non sente che il male dipenda da lui. Il male, il dolore vengono da dentro. Qualcuno disse “le paure sono tutte nella tua testa”, sarà così anche per il dolore?


Esplode, sì, sta esplodendo, sta piangendo. Dandosi inconsciamente la risposta. Il male è lei. Lei stessa. Lei stessa si sta facendo del male. È come se si stesse tagliando la pancia con un coltello ma, nel frattempo, si zittisce. Se realmente si tagliasse la pancia con un coltello, in questo momento, non sentirebbe niente. Logora. Tutto logora dentro. Tutto strugge, distrugge.

“Sono nella mia piccola torre d’avorio, al riparo dai curiosi, da chi mi vuole bene, da chi cerca di interpretare il mio dolore. Non c’è niente da interpretare. Non voglio nessuno accanto. Non voglio scopr... voglio scoprire la causa del mio male. Nel contempo non voglio parlarne a nessuno. Non c’è necessità che qualcuno sappia. Perché la gente deve sapere? In realtà non capirebbe. Non mi capisco neanche io, loro che pretendono?! È certo che sono insicura, sono sciatta? Piatta? Insulsa? No, non mi darei tutti questi aggettivi, non sono miei. Nessuno gradisce mai. Nessuna soddisfazione. Nessun ‘ecco,

per questo vale la pena vivere’ tutto svanisce ad un certo punto. Io svanirò, non se ne saprà più niente di me. Il nulla. Il vuoto. La morte dei sensi.”


Ecco il punto! È morta dentro. È morta. È morta. Tutto, attorno alla casa, campi di margherite che le consentono di urlare: “sono morta”. E ancora più forte “morta”. Inizia a piangere, non sa piangere, non ci riesce: piange a singhiozzi quando vorrebbe piangere in modo liscio, calciando via tutto ciò che la fa star male. Prova ad urlare “aaaaah”.


Niente.


Niente è comparabile alla giustizia che renderebbe un pianto liscio, senza singhiozzi. Un pianto liberatorio. Degradante e umiliante. Sì, per lei i pianti sono umilianti e degradano la persona. C’è una cosa sopra il nostro collo chiamata testa. Dentro questa testa c’è il

cervello. Ecco! Sopra il cervello c’è una parte dedita all’orgoglio, alla dignità della persona. È come se fosse una palla malleabile, non liscia, non facilmente deformabile: potrei compararla ad un mattone arrotondato che incornicia il cervello solo da sopra, non rosso, non arancione come un vero mattone, ma nero come il fumo, meglio che il fumo sia della sigaretta quindi propongo un grigio.

Nella dignità/orgoglio della persona c’è la volontà di non fallire. Ogni volta che si fa qualcosa di sbagliato, qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa che tradirebbe l’orgoglio questo mattone si abbassa, si dissolve come fosse fumo, abituandosi a far dell’uomo un essere perdente. Ed è così che si sente ogni volta che piange: si abbassa il mattone, si abitua al discreto, al decente, al sufficiente, all’insufficiente e via discorrendo. Piange al pensiero. Sente dei rumori giù nel cortile. Si asciuga le lacrime. Si lava la faccia. Si affaccia alla finestra: è il secondo lui! Non quello che ama, quello che stima, ma con cui non potrà mai avere una relazione, perché non è alla sua altezza, si sentirebbe non colta e brutta dentro, si sentirebbe...male.


«Ciao.» dice lei con il sorriso da orecchio a orecchio. Come se pochi minuti fa non fosse successo niente, come se tutto il dolore fosse svanito con il rumore rombante della sua “auto d’epoca”.

«Ciao Aurora.» cinguetta lui.

«Entra. Lo vuoi un caffè?»

«Certo. Come stai?»

«Una cacca infernale. Sto male, ma affogo i dolori nei “caffè insieme a te”. Tu? Tu come stai?»

«Benissimo, di recente ho avuto la possibilità di leggere la tua opera...» prende una sedia e si accomoda.

«Lo so, fa schifo, stai zitto. Non dirmi che non è vero. Lo sento da sola. Non scrivo di pancia. Non scrivo lui, scrivo...pragmatico, scrivo per lo scopo e non il piacere.»

«Qual è lo scopo?»

«Zittire il dolore.»


«Il dolore è una sensazione: non scrivi “pragmatico”» fa le virgolette con le mani «scrivi di cuore... hai il cuore lacerato di recente? Perché? Perché è tutto scritto nel libro. Sei acre, acida, gelida nell’incutere male con le parole.»

«Il male non si incute, caro, si lancia, si scaglia, si butta, si...»

«Ho capito.» si alza dalla sedia, la abbraccia, le carezza le braccia...le lacrime non scorrono stavolta, c’è troppa gente per farlo...ma lui ha capito. «Ti porto...»

«Da nessuna parte!»

«Domani sera c’è un gran galà, ma nessuno è riuscito a rintracciarti, Heidi...»

«Non sfottere!» mette il broncio come i bambini «Solo perché vivo in un ambiente un po’

isolato...»

«Qui c’è l’invito per te e l’idiota che ti porterai dietro, a proposito dov’è?»

«In città. Affari. Qualcosa non va con qualche altra cosa, non ci capisco niente. Non ho voglia di capire!»

«Abbracciami!» lo fa. Lei lo fa. Lui ci riesce, lui riesce a tirarle fuori il male anche solo per un po’, anche se sta mezz’ora a parlare di qualcosa di insignificante, la sua presenza non sarebbe preziosa...ma rilassante, con lui si può abbassare la guardia e stare bene, senza pensare troppo. Ci si parlerebbe d’istinto. Senza troppi problemi e filtri.


«Diamine, sto così... così... le parole, vedi? Sono un paradosso vivente, faccio la scrittrice, ma non trovo mai le parole per dire qualcosa di sano. Io...» si stacca da lui andando a condire il caffè «vivo con questa maledizione perenne sulle spalle.» dice mettendo distrattamente lo zucchero nella caffettiera «La maledizione è la maledizione dello scrivere, chi scrive è maledetto. È tutto maledetto: le sue dita quando scrivono, le mani quando tentano di prendere una penna in mano, gli occhi quando vedono qualcosa che non è mai accaduto, la testa perché la realtà confonde la fantasia e a quel punto la pazzia aleggia, capisci? Tu mi capisci, vero?» versa il caffè nelle tazze con le lacrime agli occhi, sperando che abbassando il capo non sia stata vista. «La maledizione... non è solo questa la maledizione.» adagia le tazze sul tavolo, sedendosi e continuando sul suo filo logico

«È quello che ogni volta avviene quando compri un libro di un autore scadente e vorresti cambiare tutta la sua storia perché... be’, perché quei personaggi non sono abbastanza personaggi, o magari, solo perché tu non faresti la stessa cosa.»


«Ho paura, sai?! Ho paura che dall’altra parte del mondo ci sia qualcuno che sta leggendo il mio libro e stia pensando la stessa cosa di me. Io vivo tutti i giorni su un perfetto palcoscenico, tutto quello che faccio, lo faccio, perché... chi

viene a “teatro” a vedermi, be’, deve vedere la più bella delle opere. Mi impegno affinché lo sia, ma inevitabilmente si trasforma in dramma. Ogni tre mesi, non so come, io vado dietro le quinte... non so come, ma ci vado...»


«Fa tutto parte della Maledizione, capisci? Chi sta scrivendo la mia storia, il mio sceneggiatore, il mio narratore è uno scrittore alle prime armi, anche lui si danna per la sua dannazione, anche chi sta scrivendo di lui si danna della propria e così via finché il Primissimo Scrittore non pubblica il secondo libro e non è più alle prime armi e da allora si parlerà di altri personaggi e il Primissimo Scrittore non parlerà più di sé, ma della vita che ha vissuto, così forse ognuno di noi, inizierà a liberarsi dalla Maledizione. La più grande, quella dell’essere nominato Scrittore.»

«Diamine, dov’è il tuo scrittore, Aurora?»

«Io... non lo so, lo vedi?! La vita me lo ha nascosto... cioè, lui si è nascosto. Ha creato uno

specchio, uno specchio sai di quelli che hanno alla polizia, quelli dove può vedermi e spiegarmi, descrivermi, ma io non so niente, io non lo vedo. Sai, il mio scrittore non è neanche uno che pianifica la sua scrittura, va a braccio finché va bene ed è per questo che ogni tre mesi, dopo tre capitoli di cose assurde che vede su di me, mi butta in un angolo dietro le quinte così che la sua fantasia e la sua Voglia di Scrivermi siano ri attivate. È questo che lui vuole, lo so, è per questo che sei qui... perché ha ritrovato il coraggio di Scrivermi.» sorride, ora sorride oltre l’ignoto, come se avesse scoperto una grande verità, come se col ragionamento fosse arrivata a qualcosa di eternamente sublime. Era arrivata al fulcro della verità ed il suo editore, Matteo, non ha pensato

neanche un attimo che fosse pazza, ma che stesse solo riconoscendo la sua interezza, che stesse varcando quella soglia consentita ai maledetti, e ai maledetti soltanto, la soglia riservata agli Scrittori.


Sì, la stava vedendo in quel momento, Aurora era così concentrata a vedere di varcare quella soglia che niente l’avrebbe scossa. Matteo era lì. Matteo era lì e capiva. Matteo l’ascoltava. Rapito dalle fantasie di quell’artista che faceva della sua scrittura, la sua più acuta dannazione. In realtà, un po’ dannata lo era. Viveva con un tizio che amava, ma con cui non poteva scoprirsi più di tanto. Viveva spiegando pregando per la sua scena madre. Pregando che il suo Scrittore la facesse incappare in qualcosa di veramente eccezionale.

«È arrivato!» disse lei riprendendosi velocemente dal suo semi-stato di trance, è arrivato l’amante...quello che ama a letto... «Resti per cena?»

«No, non mi piace stare nella stessa stanza con lui...»

«Eh già, non è prudente rimanere nella tana del lupo se sei l’agnello.»

«Pensi che sia l’agnello?»

«Ovvio, sei sempre l’agnellino di tutti, la vittima che sopporta e si sacrifica, ma non è così. Sei cattivo!» gli disse con quel tono da bambina. Eh sì, il suo Scrittore evidentemente era un sadico che si divertiva a non farla essere ciò che è. Proprio in quel momento tornava ad essere un’adulta controllata con le sue manie di controllo, controllate. E, come diceva lei, stava tornando nella forma “ochetta nel lago”.

«Bada a come parli, eh.» dice con un risolino.

«È una minaccia?»

«Forse...»

«Sparati!» Nel frattempo rientra l’Adone in casa.


Lui non sa che Altro-Lui lo odia.

Lei non vuole che Lui spacchi le ossa ad Altro-Lui.

Lui la bacia profondamente davanti ad Altro-Lui, incurante dell’Altro-Lui...

Saluta.

«Amore, ti preparo la cena. Consiste nel mettere in forno le pizze e degustarle tra 40 minuti. Abbiamo un forno stupido.» dice rivolgendosi all’Altro-Lui, mentre con il suo corpo abbraccia Aurora stringendola, abbracciandola, marcando il territorio: «Resti a cena, Matteo?»

«Devo scappare. Vedi di venire domani, eh!» va via salutando.

«Dove?» si incuriosisce Lui

«Domani c’è un galà. Mi hanno invitata, ovviamente posso portare qualcuno.»

«Lui ci sarà?»

«Ovvio, deve fare un discorso di un qualcosa, non so...»

«Ok. Ci sarò... mentre tutto cuoce, sei mia, ok?» le disse baciandole il collo ancora avvinghiato a lei.

«In che senso?» esce fuori la finta ingenua. La bacia. La assapora. Si dilunga nell’assaporamento.

Ora però basta: lei si stacca, all’improvviso: «Che hai?» sbotta lui.

«Non sono dell’umore per te.» ma ti ci potresti mettere, come fai sempre: ti ci metti nell’umore!

Sorseggia il vino bianco che si è appena versata nel bicchiere.

«E dai...» la stringe ai fianchi. L’erezione si fa sentire e sprofondano in camera da letto.

Lei esce. Sconfitto l’artifizio che la bloccava poco prima. Ha deciso di deporre le armi. Il dolore ha vinto. Basta combattere. Basta solo tenerlo lì senza dargli troppa importanza “e passa, passa e passerà” come suggerisce Pino Daniele che risuona nella stanza con “Se mi vuoi”. Sdraiato sul letto. Comodamente rilassato e soddisfatto. Lui. Il “Lui del letto”.

«Amore, ti è piaciuto?» dice con voce suadente, come se non lo sapesse.

«Sì, certo.» rispose lei rientrando in camera, con un sorrisone estasiato e il Pinot in mano per entrambi.


Durante la giornata successiva nessun avvenimento particolare, solo il suo dolore che per la grande serata deve trasformare in gioia e allegria, quindi mette nel vecchio stereo un cd di Britney Spears uno degli ultimi, in cui il sound era parecchio migliorato e i bassi si facevano sentire scatenando la stanza e rendendo il suo umore alquanto buono per ciò che doveva fare: sorridere a tutti con garbo, lasciarsi sopraffare dai complimenti riservando sorrisi fintamente timidi e stare a sentire i pettegolezzi dell’una e dell’altra civetta di turno. “Ce la posso fare” continuava a ripetersi. Cercava di convincersene, più che altro...


«Che serata stupenda, vero?» tentò di attaccare bottone un’anziana donna sulla sessantina.

«Già. Chi l’ha organizzata? È davvero uno splendore e questi luccichii sono... fuorvianti!» sorrise delicatamente alla dama che aveva avanzato la domanda. Cercando di sviare il tutto dal solito “come stai?”, al quale non avrebbe saputo rispondere.

Non sentiva, era apatica tra la gente che le chiedeva quando sarebbe uscita la prossima opera e tra quelli che le dicevano che era una gioia immensa rivederla dopo troppo tempo da fuggiasca. Erano tutti, gli altri, eccitati... il Lui-da-letto le si avvicinò cingendole la vita, mentre Lui-L’Altro salì sul palco in procinto di iniziare un discorso... del tutto sentì solo: «...e ora lascio il posto alla mia cara amica che vi dirà due parole sul prossimo libro.» lui la guardava ammirato mentre lei chiuse gli occhi a fessura guardandolo in cagnesco, sentendo di non saper più parlare, nel frattempo le si era puntato un faro addosso. Con fare civettuolo si avvicinò al palco e salì. Un sorriso accattivante dovette issarsi sul suo viso mascherando la disapprovazione di quel che era un vero e proprio colpo basso. Si avvicinò al microfono:

«Grazie di essere venuti qui stasera, grazie di cuore. Sapete, non ho alcun discorso preparato.» sorrise senza far trasparire il nervosismo e l’odio che in quel momento portava nei confronti di colui che la chiamò sul palco, ma continuò ugualmente cercando di sembrare seria e concreta: «Dirò qualcosa all’impronta. Be’, questo libro, se è questo che vi interessa,» abbozzò un sorriso, il brusio di altri sorrisi imitati sotto di lei «parla, sì parla. Quando andavo a scuola, non so a voi, ma a me dicevano che i libri non parlavano. E invece, parlano i libri, i libri parlano come le persone, perché sono le persone che li scrivono, no?

«Il mio editore, il signore che poco fa era qui, mi ha fatto aprire gli occhi. Mi ha detto: “Hai scritto di dolore, di male, di menzogne e tradimenti, li hai costruiti ad arte, ho pianto come un bambino solo leggendole. Ho pensato che tutto quello me lo stessi raccontando tu, ho pensato che sarei morto dopo il male dei protagonisti, ho pensato che sarei morto io al loro posto.” Be’ questa cosa mi ha fatto riflettere e mi sono detta “È la volta buona per farlo fuori” » in sala scoppiarono risa, qualcuno addirittura, batté le mani e fischiò «ma ovviamente,» riprese, fingendosi mesta «l’omicidio è illegale, purtroppo, e ho dovuto rassegnarmi. Ragazzi, i limiti sono fatti per essere superati e, se l’ho fatto un po’ troppo, mi scuso con i miscredenti e me la rido con i libertini. Spero vi piaccia davvero, perché ho veramente defraudato ogni limite della sua lucentezza e purezza. Buona serata!» sorrise e scese dal palco diretta dall’editore, mentre Lui-da-letto si avvicinava: «Bello stronzo che sei! Andiamo via, tesoro.» disse a Lui-da-letto.

«Prendo la giacca, amore.» mentre l’Amore andava via, ella fissava in modo oscuro e penetrante gli occhi di lui, come se gli stesse mandando un messaggio telepatico.

«Era solo un discorso. Non me la sono presa quando hai detto che ho pianto come un bambino e non era vero!»

«Davanti a migliaia di persone. Dovevo essere avvertita e dovevo prepararlo!» il tono incazzato e la faccia rossa dalla rabbia.

Silenzio.

Sguardi in cagnesco.

Silenzio.

Lungo silenzio.


Dopo ecco che arriva Lui con la giacca. Dunque girò i tacchi e andò via seguita dall’inutile uomo. Mentre il suo mentore, il suo estimatore, colui che è realmente innamorato di lei, la guarda sparire.

La guarda nella degradazione di un attimo, nella degradazione dell’essere suo, ma non possedere lei.

94 visualizzazioni