• Vicky

Tre settimane in Giappone da Tokyo a Yudanaka (III)

Aggiornato il: 18 set 2019



Terza puntata: il mercato ittico, wagashi e Kamakura


Invece di rimanere tutto il tempo chiusi in albergo, aspettando Bill Murray come Scarlett Johansson in Lost in Translation, abbiamo deciso di esplorare il mercato del pesce e visitare il palazzo imperiale. Questo è stato il programma del nostro secondo giorno a Tokyo.

Il vecchio mercato ittico di Tsukiji, a due passi da Ginza, è diventato una mèta quasi esclusivamente turistica, da quando è stato inaugurato il nuovo mercato del pesce sull’isola artificiale di Toyosu. Qui si recano in massima parte cuochi e gourmet alla ricerca di perfette materie prime per i loro manicaretti.

È stato divertente incontrare due turisti ispanici un po’ delusi, che a Tsukiji ci hanno chiesto se quello fosse davvero il mercato del pesce! Noi abbiamo risposto di sì e abbiamo indicato loro dove si trova il nuovo mercato di Toyosu. Senza dubbio vale la pena di andare a Tsukiji, ma non aspettatevi l’atmosfera di ottant’anni fa, quando gli occidentali si recavano in questo luogo per assistere all’asta dei tonni. Non aspettatevi nemmeno il colorato caos di Ballarò o dei nostri mercati rionali: la merce è ordinatamente disposta sugli espositori, i venditori sono silenziosi, non si sente odore di pesce, non c’è una cartaccia sulla strada.


A Tsukiji abbiamo assaggiato il primo sushi in terra giapponese: buono, ma non sensazionale. Insomma, nonostante la freschezza del pesce e la gradevole consistenza del riso, non abbiamo sentito un coro di angeli al primo morso e neanche al secondo.

Sul sushi, di cui parleremo abbondantemente nelle prossime puntate, possiamo già dire che, se non ve la cavate magistralmente con le bacchette come me, potete tranquillamente consumarlo con le mani. Importante è che mangiate ogni pezzo in un sol boccone. Se non ci riuscite non c’è nulla di male: non dovete dimostrare ai giapponesi di essere ciò che non siete, ovvero giapponesi!


Anche il palazzo imperiale e i sui giardini sono da visitare. La guida è gratis e piuttosto breve. Non si può, infatti, accedere a gran parte del complesso palaziale e questo è naturalmente un peccato per turisti avidi di foto. I dati che vi verranno forniti sul palazzo e sulla sua storia saranno, in stile tipicamente nipponico, soprattutto numerici. Così potrete sapere quante auto entrano nel parcheggio coperto sotto la piazza delle adunanze, che può ospitare un certo numero di giapponesi festanti e così via.


Nel pomeriggio ci siamo recati al Pokémon Center di Ikebukuro. Questo negozio per appassionati si trova in un gigantesco mall pieno di caffetterie e ristoranti pseudo-europei, soprattutto pseudo-francesi. La cultura francese delle brasserie e della moda sembra, infatti, esercitare un fascino particolare sui giapponesi, specialmente sulle ragazze, che spesso indossano abiti romantici e camiciole, che sembrano uscite da un quadro impressionista del Musée d'Orsay.

Il Pokémon Center è stata un’assoluta delusione perché non ho trovato nulla del mio personaggio preferito, ovvero Mudkip. Più interessanti sono i negozi della Sanrio, marchio fondato negli anni Sessanta da Shintaro Tsuji, che con Hello Kitty, My Melody e Batz Maru ha conquistato il mercato statunitense e condotto Paris Hilton alla follia. Anch’io sono vittima della Sanrio, ma non di Hello Kitty. Il mio personaggio preferito della grande famiglia Tsuji è Gudetama, ovvero l’ovetto pigro e indolente, che dorme sotto una fetta di pancetta e odia essere svegliato la mattina presto per colazione.

Il terzo giorno in Giappone abbiamo deciso di trascorrerlo a Kamakura, una città poco distante da Tokyo situata sulla baia di Sagami, celebre per il suo clima mite, per i suoi templi e per la gigantesca statua del Buddha (Daibutsu) alta 13,35 m per un peso di 121 t.


La gita a Kamakura ha segnato per noi l’ingresso in un’era mitica del Giappone, alla Inu Yasha per capirci, piena di simboli, atmosfere e luoghi dalla forte energia spirituale e di forte impatto visivo. Dopo una colazione a base di deliziosi udon alla stazione di Tokyo abbiamo deciso di gustarci una tazza di tè verde alla stazione di Kamakura prima di iniziare la nostra lunga camminata. La pasticceria dove ci siamo seduti era un vero e proprio sogno, sia per il suo piccolo, curatissimo giardino, sia per i suoi arredi interni, essenziali ed armoniosi. Ogni tavolo era decorato con un meraviglioso bonsai e la luce che filtrava dalle finestre rendeva magico ogni oggetto: il panno inumidito che si riceve insieme alla consumazione per pulirsi le mani, la tazza in ceramica, il bicchiere d’acqua accanto ed il piattino con il wagashi di accompagnamento.


A questo punto è bene aprire una bella parentesi proprio sul tema pasticceria. In Gippone si fa la distinzione tra “wagashi”, dolce giapponese, e “yogashi”, dolce occidentale. A quest’ultima categoria appartengono prodotti di origine europea come il kasutera, derivato dal pão de Castela, importato da mercanti portoghesi nel XVI secolo, e lo shu kurimu o choux à la crème, noto anche come profiterol giapponese. I nipponici sanno fare molto bene la crema pasticcera, così come altri prodotti da forno occidentali. In molte stazioni potrete trovare una german bakery, che offrirà anche dolci e tartine della tradizione francese e italiana. Mi è capitato di parlare dei prodotti da forno occidentali in Giappone con una ragazza italiana conosciuta a Yudanaka e ci trovavamo d’accordo nel dire che cornetti e paste nipponiche sono spesso meglio dei prodotti da forno di alcuni nostri bar in Italia!

Diversi tipi di wagashi li conosciamo attraverso gli anime. Doraemon è ghiotto di dorayaki, ovvero due piccoli pancake farciti con una pasta di fagioli azuki (anko), castagne o dolce di riso. Questa sorta di merendina asiatica è diventata celebre in Europa negli ultimi tempi anche grazie al film di Naomi Kawase Le ricette della signora Toku, davvero un po’ troppo dolce.

Un altro tipo di wagashi che conosciamo tutti, o quasi, è lo spiedino di dango, formato da palline di pasta di riso, spesso arrostite sui lati e/o servite insieme ad una salsa al caramello. Per stupire gli ospiti o viziare voi stessi o entrambe le cose, vi proponiamo la ricetta dei dango al caramello salato di Mathilda Motte, che troverete nella categoria “Dolci”.

Il dango non è altro che un tipo di mochi, ovvero un dolcetto di pasta di riso, che funge da base anche per il daifuku. Quest’ultimo è generalmente ripieno di anko e viene servito in una foglia di ciliegio o di quercia. Anche il manju fa parte della famiglia dei mochi ed è spesso associato ai Dampfnudeln dell’Austria e della Germania del sud per la cottura al vapore.

Monaka non è a caso un alieno di razza Wagashi in Dragonball! Questo è il nome, infatti, di un gustoso dolcetto giapponese, formato da due cialde, che racchiudono una farcitura di fagioli azuki. Anche il nerikiri ha una farcitura di pasta di fagioli, ma in questo caso bianchi, e si presenta in molte varianti colorate e creative, molto kawaii (aggettivo per “grazioso e carino”). Lo yokan, una gelatina a base di agar-agar e anko, si presenta invece in modo più squadrato e viene talvolta gustato con polvere di fagioli di soia (kinako). Questo tipo di farina si abbina anche al raindrop cake (mizu shingen mochi), oggi molto in voga perché apprezzato per il suo contenuto calorico nullo, dati gli ingredienti principali: acqua e agar-agar.

Prima di tornare a Kamakura chiudiamo questa digressione sul mondo wagashi con un consiglio: se volete approfondire il tema e godervi una telenovela giapponese cercate la serie Fukuyadou Honpo: Kyoto Love Story, che esiste anche in versione manga.


Come già detto, Kamakura val bene una visita, possibilmente non nel fine settimana, per non essere sommersi da fiumi impetuosi di turisti locali. Vi consigliamo di visitare i templi Engaku-ji e Kencho-ji, dov’è conservata una magnifica statua di un fasting Buddha di origine pachistana. Anche il tempio Hase-dera è assolutamente imperdibile, sia per la sua vista sulla baia, sia per la meravigliosa statua del bodhisattva della compassione Kannon. Il tempio ospita anche decine di statue Jizo, che rappresentano bambini non nati. Spesso adorne di cuffie o bavaglini rossi, proteggono non solo i fanciulli, ma anche i viandanti.



Anche il santuario Tsurugaoka Hachimangu va visitato, sia per la sua atmosfera, sia per la parete di botti di sakè, che vedete rappresentata nella foto di apertura dell’articolo. Non scordatevi neppure di visitare la gigantesca statua del Buddha a Kotoku-in.

Per quanto riguarda lo shopping, a Kamakura si trova un bellissimo negozio di kimono e yukata usati e oggetti di antiquariato. La proprietaria è una simpaticissima signora che vi aiuterà, con cordialità e pazienza, a trovare il pezzo giusto da riportare a casa.

Se a Hase andrete alla ricerca di colori e pennarelli per i vostri manga potrete incontrare un’altra simpaticissima signora, che parla perfettamente italiano e che conosce a fondo la storia europea, perché ha studiato e vissuto a Roma per oltre dieci anni!


Nella prossima puntata: Kyoto, Nara e la maledizione dello shirasu

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