• Vicky

Tre settimane in Giappone da Tokyo a Yudanaka (IV)

Aggiornato il: 18 set 2019




Quarta puntata: Kyoto, Nara e la maledizione dello shirasu


L’ignoranza è una brutta bestia, si sa. Dall’altra parte essere troppo informati influenza il nostro giudizio su qualcosa che non abbiamo ancora provato: ad esempio, leggendo una buona recensione di un vino, mi aspetto che sia anche per me buono. Poi lo assaggio, non mi piace e non so se non mi piace in assoluto o non mi piace perché ha deluso le mie aspettative, perché magari non ho percepito quelle note di olivella spinosa e grafite, avvertite da un’altra persona.

Io cerco di mantenere un equilibrio tra sapere prima e conoscere poi, cosa che spesso può essere rischiosa, specialmente quando si viaggia in un Paese per la prima volta.


Grazie alla mia filosofica ignoranza e alla mia diabolica perseveranza nell’errore sono riuscita a mangiare per quattro volte qualcosa che non volevo mangiare, accorgendomene sempre quando era troppo tardi. Con il termine “shirasu” si indicano pesci neonati di sardine, alici o anguille, che in Giappone vengono consumati abitualmente insieme al riso e nelle zuppe. Già in Versilia, anni fa, avevo assaggiato questi pesciolini, che in Liguria prendono il nome di “gianchetti”, in un ricercato abbinamento con una fetta di kiwi. Non me ne vogliano i gourmet, a me non sono piaciuti.

Bento senza shirasu

Alla stazione di Tokyo, prima di prendere il treno Shinkansen per Kyoto, abbiamo deciso di comprare il nostro primo bento, ovvero una scatola con coperchio divisa in scomparti, che può contenere varie pietanze: frittura, carne, verdure, etc. Avendo visto al negozio solo una foto sbiadita del bento che avevo intenzione di comprare, ho pensato che lo scomparto interamente bianco fosse occupato da riso. No, invece si trattava di shirasu. La stessa cosa si è ripetuta in vari ristoranti, fino a quando ho deciso di non ordinare più quello che mi sembrava dell’innocuo riso in bianco! Da un certo punto di vista mi è andata bene, perché i gianchetti in Giappone vengono mangiati anche crudi, e per crudi intendo vivi.

A parte la maledizione dello shirasu, che mi ha accompagnato per le prime due settimane, posso dire di aver mangiato sempre molto bene in Giappone. I bento delle stazioni non sono il massimo, mentre il sorbetto al macha che trovate sui treni è davvero gustoso.


Lungo il tratto da Tokyo a Kyoto non siamo riusciti a vedere il Fuji-san, che abbiamo visitato più da vicino gli ultimi giorni prima di ripartire per l’Europa. Dopo esserci accomodati nell’albergo, che ci ha fornito anche pigiama e ciabatte, abbiamo deciso di farci una prima impressione della città, passeggiando per il mercato coperto Nishiki. Qui ho assaggiato la mia prima radice di loto fritta che, a differenza dello shirasu, mi è piaciuta molto.

Il mercato coperto offre merci di diverso genere, dal cibo all’artigianato ed è, come tutta la città di Kyoto, il paradiso per ogni occidentale che voglia acquistare oggetti tipici come ventagli, bambole, bacchette per il riso, kimono, prodotti di cartoleria, borse e maneki neko (gatto della fortuna) di materiali e dimensioni differenti.

A proposito di gatti della fortuna, è bene sapere che ogni colore ha un significato diverso: oro sta per soldi e benessere economico, bianco per allegria, purezza e positività, verde per buona salute, il nero tiene lontani gli spiriti cattivi, il rosa o rosso promette successo in amore e in amicizia, e se il gatto è maculato porta semplicemente fortuna!

Il gatto è un animale molto amato dai giapponesi, che si intrattengono spesso con felini a pagamento nei neko o cat café, ovvero delle caffetterie dove è possibile osservare, accarezzare e talvolta anche giocare con i mici. Questo modello è stato recentemente esportato anche in Europa: a Vienna e a Norimberga si possono gustare oggi caffè e cioccolate coccolando le piccole tigri domestiche, che spesso provengono dai locali gattili, ma solo se lo vogliono! Il personale dei locali è, infatti, tenuto a tenere sotto controllo lo stato di benessere fisico e psichico degli animali, che non devono essere molestati o svegliati dai clienti.

Accanto ai cat café in Giappone ci sono anche i rabbit café, dove potete osservare o interagire con amabili coniglietti, che i nipponici considerano kawaii e che non si sognerebbero mai di utilizzare come ingrediente principale di uno stufato!

Ogni popolo ha idee diverse sul fatto di magiare questo o quell’animale. I giapponesi si contengono molto con i mammiferi, ma non risparmiano quasi nulla di ciò che vive in mare. Non essendo creature pisciformi anche i cervi non solo non entrano a far parte dei menù dei ristoranti, ma secondo la tradizione shintoista sono considerati sacri, in quanto cavalcature o messaggeri degli dèi, e sono simbolo di longevità ed immortalità. I cervi sono anche il simbolo della città di Nara, dove vivono in libertà a diretto contatto cogli esseri umani, accompagnando i pellegrini in tutta l’area sacra dei templi, contraddistinta dalla costante presenza di lanterne in pietra, carta o metallo.


Abbiamo deciso di fare una gita a Nara il nostro secondo giorno a Kyoto. Il nome di questo luogo mi era noto fin da piccola, quando spulciando nei libri d’arte di mia madre per trovare delle immagini da copiare, mi ero spesso imbattuta nelle meravigliose statue del museo nazionale.


Il Nara National Museum, fondato nel 1895, è il secondo museo più antico del Giappone. Le sue collezioni riguardano principalmente la statuaria di matrice buddhista e sono di estremo interesse per comprendere quali forme abbia assunto il buddhismo indiano delle origini in Giappone e quali commistioni ci siano state con le tradizioni locali, precedenti all’avvento di questa religione o filosofia, che attraverso la Via della seta e la Corea raggiunse le isole giapponesi intorno al 550, a mille anni di distanza dalla morte di Siddhartha Gautama.

Bishamon-ten del tempio Todai-ji

Tra i gruppi statuari più impressionanti ci sono quelli degli Shitenno, ovvero dei Quattro Re Celesti (Lokapala), divinità che custodiscono i quattro punti cardinali e che si trovano generalmente all’ingresso o all’interno dei templi: Jikoku-ten rappresenta l’est ed il suo nome significa “colui che protegge la Nazione”, il suo attributo è la spada e i suoi colori blu e verde; Zocho-ten è il guardiano del sud, il suo nome significa “che cresce ed espande”, il suo colore è rosso e il suo attributo è l’alabarda; Komoku-ten è il signore dell’ovest e il suo nome significa “che possiede occhi speciali”, il suo colore è il bianco e il suo attributo sono il pennello ed il rotolo di carta; Tamon-ten (o Bishamon-ten) è il signore del nord, il suo nome significa “colui che ode ogni cosa”, il suo colore è il nero, i suoi attributi sono il tridente e la pagoda, che sorregge con la mano destra.

Ogni Re Celeste è scolpito in un’armatura, nell’atto di schiacciare un demone, posa che ricorda vagamente la rappresentazione cristiana della Madonna che schiaccia il serpente.

Molte statue del museo nazionale di Nara raffigurano divinità indù, che in Giappone assumono caratteristiche peculiari e nomi diversi: Bon-ten è Brahma, Taishaku-ten è Indra, Kichijo-ten è Lakshmi etc.


Il National Museum è solo una delle perle della città di Nara, la cui superficie è in gran parte occupata dal Nara Park, dove vivono cervi allo stato brado, che potrete avvicinare con delle gallette ed accarezzare. Uno dei luoghi più suggestivi è senza dubbio il santuario Kasuga con le sue strutture di colore arancio acceso e le sue lanterne dorate (vedi foto in apertura). Qui, sotto la pioggia, abbiamo assistito ad un matrimonio shintoista che è stato una festa per gli occhi e per lo spirito.



Il tempio Todai-ji è una delle più grandi costruzioni di legno al mondo e, all’interno della sua imponente struttura, ospita due possenti statue lignee di Komoku-ten e Tamon-ten, oltre a un grande Buddha (Daibutsu) in bronzo.



Sotto il Nandaimon, ovvero sotto porta di ingresso principale del Tōdai-ji, mi è accaduto un fatto bizzarro. Mi sono distratta per fotografare una delle statue dei Re Celesti, senza accorgermi di avere dei dépliant e dei biglietti d’ingresso che sporgevano dalla tasca della giacca. Riesco appena a percepire un movimento dietro di me. Mi volto e vedo che un cervo stava con gusto mangiando tutte le mie brochure! Ho cercato di sottrargli la carta tirando i fogli, che teneva stretti tra i denti, ma non c’è stato nulla da fare. La scenetta deve essere durata in tutto un paio di minuti, in cui giapponesi divertiti hanno fotografato e filmato la mia lotta con l’animale, che per giunta era adulto e vigoroso. Una bambina ha cercato graziosamente di aiutarmi passandomi una cialda o un biscotto, ma la carta è risultata essere per il cervo ben più appetitosa!



Oltre al santuario di Kasuga e il tempio Tōdai-ji ci sono molti altri monumenti da visitare a Nara. Dopo aver mangiato una deliziosa zuppa di funghi con udon abbiamo raggiunto a piedi il santuario Nigatsudo, posto nella parte alta dell’area sacra di Nara e contraddistinto da gigantesche lanterne bianche. Qui mio marito non ha saputo rinunciare ad un nuovo timbro ed una nuova calligrafia da aggiungere al suo libro di Goshuin. Ma di questo e di altre meraviglie del Cipango parleremo nella prossima puntata!


Nella prossima puntata: il terzo giorno a Kyoto, Goshuin e il Manga International Museum



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