• Vicky

Tre settimane in Giappone da Tokyo a Yudanaka (VI)

Aggiornato il: 18 set 2019




Sesta puntata: il quarto giorno a Kyoto e il Sentiero dei mille torii


Un torii è un portale di colore rosso cinabro, che segna il confine tra un’area sacra e il mondo esterno. Generalmente si trova all’ingresso di un santuario scintoista, più di rado all’ingresso di un tempio buddhista.


Queste due religioni e/o filosofie convivono ormai da secoli nel Sol Levante e sono all’origine di uno stile di vita a dir poco sincretistico. Cito un passo tratto dalla guida Baedeker: “Statistiche religiose officiali del Giappone sembrano essere ad un primo guardo piuttosto bizzarre: chi in Giappone ricorre ai servizi di un monaco buddhista, viene considerato statisticamente come buddhista, chi elargisce danaro al santuario locale, è considerato scintoista. Pertanto, circa l’84% della popolazione è scintoista e circa il 71% è buddhista”!

Il buddhismo, giunto in Giappone in una forma ormai già contaminata rispetto all’insegnamento originario di Siddhartha Gautama, ha sviluppato le sue radici nel terreno dell’animismo e dell’antico culto della natura, influenzato dalla cultura cinese e dal taoismo.

Nel corso del tempo lo sciamanesimo arcaico insieme alla dottrina del dualismo tra yin e yang è confluito nello scintoismo, una religione a-dogmatica, tipicamente giapponese. L’atavica dea solare Amaterasu è divenuta la figura al vertice di una complessa gerarchia di divinità della natura e degli antenati, nonché la capostipite della Casa Imperiale. Per questa ragione lo scintoismo ha ancora una forte carica patriottica, nonostante il Tenno abbia dovuto rinunciare al suo carattere divino dopo la sconfitta del Giappone nel 1945. Sempre a partire da questa data lo scintoismo è stato equiparato alle altre religioni, perdendo il suo ruolo fortemente ideologico all’interno dello Stato.


Ancora oggi nei santuari si praticano riti ancestrali legati allo sciamanesimo, come la danza in stato di trance. Il culto di per sé è semplice e consiste nel lavaggio delle mani e della bocca, nel suonare una campana e battere le mani per destare l’attenzione di una divinità, nel pregare, inchinarsi, fare l’elemosina, partecipare alle processioni e comprare amuleti.

Di questi amuleti, che troverete anche nei templi buddhisti e nei negozi adiacenti, non potrete più fare a meno. Ofuda, omamori o semplicemente ciondoli con la mascotte del tempio o del santuario finiranno con il riempire le vostre tasche prime e le vostre valigie poi.

Tempo fa ho parlato con una signora che è stata per ben tre volte in Giappone e mi ha raccontato che ogni volta si è portata minimo un bagaglio vuoto dietro per riempirlo di acquisti fatti sul posto. Tra i miei amuleti o souvenir preferiti ci sono la melanzana (nasu) e la volpe (kitsune). Il significato simbolico della melanzana non mi è ancora chiaro, so solo che se si sogna per la prima volta dopo Capodanno porta fortuna!


La volpe è, invece, un animale dal forte valore religioso, spirituale e magico, in quanto capace di assumere sembianze umane e trasformarsi in una donna talentuosa, intelligente e dalla bellezza irresistibile, come la Tamamo del kabuki.

La kitsune è anche associata alla divinità scintoista Inari, kami dell’agricoltura e del riso, e pertanto onnipresente nel santuario Fushimi Itari-Taisha, famoso per il Sentiero dei mille torii che si dispiega alle sue spalle.


Per raggiungere l’area sacra abbiamo preso un treno alla stazione di Kyoto, una struttura inaugurata nel 1997 dalle linee moderne e avveniristiche, progettata dall’architetto Hara Hiroshi. Dopo aver fatto scorta di onigiri e quella che credo fosse un’insalata di daikon (ravanello bianco), siamo partiti alla volta del santuario. Anche questo luogo, così come il Tempio del padiglione d’oro, era straripante di turisti, cosa che ci ha fatto quasi venir voglia di prendere il prossimo treno e tornare indietro. In realtà, la massa di visitatori si concentrava nella parte bassa dell’area sacra, mentre ben pochi di loro si spingevano nella parte alta, inerpicandosi su per il sentiero ricoperto da centinaia di torii cinabro.

Inutile dirlo, la zona che più ci ha affascinato è stata quella dove non c’era che qualche monaco sperduto, seduto in una casupola in attesa di poter arricchire il libro del pellegrino con un Goshuin.



Perdendoci di tanto in tanto nell’esplorazione delle innumerevoli diramazioni del sentiero principale, siamo finiti un santuario dedicato alla Principessa della Luna, protagonista di uno dei più profondi e raffinati lungometraggi dello studio Ghibli, La storia della principessa splendente. Dato che questo è uno dei miei film preferiti in assoluto, potete immaginare la mia emozione nel ritrovarmi nel piccolo santuario semiabbandonato a pochi passi da una foresta di bambù, per giunta non segnalato da nessuna guida! Lì non ho potuto fare a meno di comperare due ricordini: una minuscola bambina in una canna di bambù e una campanella con la Kaguya della Ghibli.



Più in alto abbiamo raggiunto una fonte con la statua di una kitsune, dove ci siamo fermati per una sosta. Un omino millenario ci ha servito dell’ottimo tè verde dal colore così fresco e vivace, che saremmo stati un’ora a contemplarlo, insieme a dei wagashi. Ripreso il cammino siamo finiti in aree piene di statue di kitsune con il bavaglino rosso e piccoli torii in legno, che ci davano l’idea di essere dei cimiteri o, in ogni caso, luoghi dove si commemorano gli spiriti dei defunti.


Usciti dall’area sacra ci siamo imbattuti in un festoso mercato pieno di cibo da strada. In un negozio sulla stessa via abbiamo comperato dei ricordini con Totoro, personaggio amatissimo, il cui merchandising è di ottimo gusto.


Tornati a Kyoto ci siamo dati all’esplorazione del quartiere Gion, celebre per il suo fascino antico e per i suoi scorci caratteristici. Qui abbiamo visitato il tempio Kennin-ji con il suo meraviglioso giardino zen ed il magnifico paravento dell’artista Tawaraya Sotatsu, con la rappresentazione delle divinità del tuono e del vento Raijin (bianco, a sinistra) e Fujin (verde, a destra). Nonostante la stanchezza e quello stato che si raggiunge quando non se ne può più di visitare templi, definito dagli anglosassoni “templed out”, devo dire che sono davvero soddisfatta di essere entrata nel Kennin-ji, quindi fatelo anche voi!



Dopo giorni e giorni di riso abbiamo deciso di rifocillarci mangiando in un ristorante indiano, dove abbiamo ordinato tre pezzi di garlic naan e divorato ingordamente due curry caldi. Dopodiché ci siamo recati al Maruyama Park, dove, osservando una geisha piuttosto barcollante nelle sue scarpine alte e i suoi abiti stretti, abbiamo riposato i nostri poveri piedi prima di tornare in albergo.



In serata abbiamo deciso di fare una piccola passeggiata e raggiungere il nostro negozio preferito di takoyaki. Queste piccole polpette sferiche farcite con un pezzetto di polipo sono una vera prelibatezza, ma anche una tortura per la bocca. Mio marito si è scottato in continuazione il palato dicendo: - Non riesco a mangiarli più lentamente! Sono troppo buoni! –

Del negozio di takoyaki, dove abbiamo mangiato per tre volte, non abbiamo apprezzato solo le polpettine roventi con la maionese o con uno strato di kimchi e formaggio sopra. Anche le tante piccole insalate, alcune delle quali con semi di sesamo, ci hanno deliziato con i loro aromi e ci hanno non poco aiutato, attutendo un po’ il calore che si sviluppava nella bocca dopo ogni polpetta!

La birra è stata in questo senso molto utile. Più della Kirin ci è piaciuta la Asahi Super Dry, che spesso abbiamo comprato al supermercato insieme a qualche snack per un aperitivo in ostello.




Nella prossima puntata: il mare di Amanohashidate e il castello di Himeji

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