• Vicky

Tre settimane in Giappone da Tokyo a Yudanaka (VII)

Aggiornato il: 18 set 2019




Settima puntata: il mare di Amanohashidate e il castello di Himeji


Pur essendo uno dei tre luoghi paesaggisticamente più belli del Giappone secondo il filosofo confuciano Hayashi Razan, Amanohashidate è poco frequentato dai turisti italiani. Esso non è altro che una parte della città di Miyazu, a nord della Prefettura di Kyoto, dove si trova un lungo lembo di spiaggia, noto come “Ponte nel cielo”. Questa striscia di terra, che si estende per circa quattro chilometri nel Mar Giapponese, ha un fascino difficile da descrivere: oltre al giallo paglierino della sabbia e al verde cupo degli alberi è il colore del mare ad essere così intenso da diventare quasi ipnotico. È lo stesso blu della Grande onda di Hokusai e dei tessuti dell’isola di Okinawa.


Per raggiungere Amanohashidate abbiamo preso un treno della compagnia Tantetsu (Kyoto Tango Railway), che ci ha ricordato in parte quello de La città incantata di Hayao Miyazaki, ma con degli interni diversi, più raffinati e ottocenteschi. Il trenino viaggiava lentamente e dava la possibilità ai pochi turisti del mercoledì di godere del paesaggio e di fotografare i luoghi più significativi, illustrati da una voce registrata, diffusa da altoparlanti. Sul treno abbiamo assaggiato anche un caffè Tantetsu con wagashi, che ci è piaciuto molto.


Giunti alla piccola stazione di Amanohashidate siamo subito stati attratti dalle vetrine dei vicini ristoranti, che offrivano, secondo la tradizione giapponese, una riproduzione delle specialità del posto in plastica o cera. L’arte di modellare cibi nel modo più realistico possibile è qualcosa che si può imparare in varie città nipponiche, frequentando appositi corsi per turisti, a cui non io non ho purtroppo preso parte a causa del nostro programma già fin troppo pieno. Anni fa sono rimasta affascinata dal documentario di Wim Wenders Toyko-Ga, un viaggio nel Giappone degli anni Ottanta, in cui il regista tedesco descriveva con estrema poesia la produzione di questi cibi in cera. Così, ogni volta che in Giappone sono passata davanti alla vetrina di un ristorante, non ho potuto fare a meno di pensare al documentario e al modo in cui Wenders ha ripreso l’abilità degli artigiani nipponici nel riprodurre piatti deliziosi in ogni loro componente.



Visto che era ancora un po’ presto per pranzare, abbiamo fatto un giro per la città, scoprendo un antico tempio con pitture su legno sbiadite dal tempo.

La cosa che più ci ha stupito è stata una rappresentazione di una sorta di inferno, molto simile a quello di Hieronymus Bosch o al Trionfo della morte di Pieter Bruegel il Vecchio. Raffigurazioni di luoghi infernali popolati da dèmoni si diffusero già del periodo Heian (784-1185). In questo tempo esse assunsero una forma precisa e si svilupparono di pari passo con le rappresentazioni del paradiso nell’àmbito del buddhismo della Terra Pura. Tutti coloro che in vita non erano stati in grado di raggiungere l’illuminazione dovevano essere torturati, anche durante l’interrogatorio del giudice infernale Enma, che decideva in quale settore dell’inferno essi dovessero essere trascinati. Per liberare le anime dei trapassati dalle torture nell’aldilà sono state istituite nel tempo cerimonie e feste, come quella dell’Obon, dedicata al salvataggio degli antenati dalle pene dell'inferno.


All’interno dell’area sacra, a pochi passi dall’ingresso, abbiamo accarezzato un gatto bianco, reduce da una battaglia di cui portava i segni. Poco più avanti, lungo una strada che si affacciava direttamente sul mare, abbiamo scoperto un deposito di valve di ostrica, le più grandi mai viste in vita mia! A quel punto mio marito non ha retto più: era tempo di fare una scorpacciata di pesce!

Andando verso il ristorante che avevamo scelto, abbiamo notato un bel ponte mobile, che girava su se stesso per far passare una nave. Ma non c’era più tempo per la poesia, le ostriche ci aspettavano!




Il pranzo è stato buono, ma non abbondante. Per prima cosa ci è stato chiesto cosa volessimo bere. Acqua o, in certi casi, tè verde non si pagano. Ci si può servire da soli prendendo una caraffa e dei bicchieri appoggiati su dei tavolini, oppure è il cameriere che li porta a tavola. Non date mai la mancia! I giapponesi, orgogliosi della loro cucina e del loro servizio, trovano insultante il fatto di ricevere una somma più alta di quella prevista!





Una volta finito di mangiare ostriche giganti e pesce lessato al momento in una pentola con acqua bollente, dove si potevano cuocere anche di funghi e altre verdure, ci siamo incamminati verso il Ponte nel cielo, che abbiamo attraversato interamente a piedi, incontrando solo alcuni turisti brasiliani in bicicletta. Sulla spiaggia abbiamo raccolto meraviglie naturali come quelle che mio marito ha definito “squame di drago”, che più probabilmente, secondo un amico, un biologo svizzero, non sono altro che dei molluschi o qualcosa dal genere.


Alla fine dell'avventuroso percorso attraverso il mare siamo giunti con la funivia alla prima terrazza panoramica, dove abbiamo notato uno strano fenomeno. I giapponesi usano piegarsi e osservare la striscia di terra a testa in giù attraverso le gambe! E in questa posizione, naturalmente, si fanno fotografare. Probabilmente così si ha l’impressione che il lungo lembo di spiaggia sia davvero come un ponte nel cielo. Io ci ho provato, ma dato il cattivo tempo, non mi ha fatto proprio questo effetto.




Alla terrazza panoramica abbiamo preso un pullmino che ci portato fino a un tempio con una vicina pagoda rossa, immersa nel verde degli alberi. Forse a causa dell’orario, questi luoghi erano praticamente deserti e ce li siamo potuti davvero gustare. Dato che il tempo si era ormai del tutto guastato, abbiamo deciso di tornare alla stazione in traghetto. Nel piccolo porto si possono comprare una sorta di cialde di gamberetti, che non sono per gli esseri umani, ma per i gabbiani. Ricordo lo stormo bianco e festante che ha accompagnato la nave fino quasi alla riva opposta. Indimenticabile, oltre al panorama e all’atmosfera, è stato il gelato di Amanohashidate. Non scorderò mai il gusto di un cono di gelato con marmellata di fagioli azuki, che ho mangiato poco prima di salire sulla funivia.


Il giorno dopo abbiamo lasciato Kyoto per raggiungere Hiroshima, facendo tappa a Himeji, località famosa per il suo castello, dal 1993 nella Lista dei patrimoni dell'umanità UNESCO. Lungo la strada tra la stazione e il castello abbiamo preso un dolcetto a forma di carpa, ripieno di crema al tè verde e palline di riso, che non ci è piaciuto molto. Altrove in Giappone ne abbiamo assaggiati di migliori. Poco più avanti, però, abbiamo scoperto una friggitoria pazzesca, che abbiamo letteralmente preso d’assalto, assaggiando di tutto dal pesce alla carne alle verdure. Alla fine, con la pancia bella piena, ci siamo messi in marcia per il castello, che con i suoi tanti gradini richiede un certo sforzo fisico.


Dalle piccole finestre della fortezza, la cui forma ricorda vagamente quella di Totoro, abbiamo potuto osservare da vicino gli shachihoko, elementi architettonici ornamentali, che hanno la forma di un animale mitologico con la testa di una tigre e il corpo di una carpa, che protegge dal fuoco, poiché in grado di propiziare la pioggia. Prima di ripartire abbiamo visitato i magnifici giardini del castello con le loro cascate, stagni e canali.

Solo nel tardo pomeriggio abbiamo raggiunto la tristemente famosa città di Hiroshima, di cui vi parlerò nella prossima puntata!






Nella prossima puntata: Hiroshima e Miyajima, l’isola degli dèi

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