• Vicky

Tre settimane in Giappone da Tokyo a Yudanaka (VIII)





Ottava puntata: Hiroshima e Miyajima, l’isola degli dèi


È stato difficile decidere se visitare Hiroshima oppure no. È stato difficile per la paura di vedere i resti di una città ferita, segnata da tante esistenze polverizzate nel giro di pochi secondi e spezzate nei mesi e negli anni successivi.

La mattina del 6 agosto 1945 la bomba atomica "Little Boy" fu sganciata su Hiroshima. Tre giorni dopo fu lanciato l’ordigno "Fat Man" sulla città portuale di Nagasaki.

La bomba di Hiroshima provocò la morte istantanea di più di 100.000 esseri umani, soprattutto civili e lavoratori coatti. Si dice sia avvenuto per costringere il Giappone alla capitolazione, si dice sia stato un atto di forza da parte degli americani per dimostrare al mondo di cosa fossero capaci, si dice che sia stato fatto per fermare la Storia, quella con la s maiuscola, e stabilire un punto di non ritorno, perché nulla fosse più come prima, perché non si ricreassero le stesse condizioni che portarono allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Si dice anche che se Franklin D. Roosevelt fosse stato ancora in vita non avrebbe dato l‘autorizzazione, come fece il suo successore Harry S. Truman, di sganciare le bombe atomiche sulle città giapponesi.


Al di là delle considerazioni storiche ci faceva paura confrontarci con questo passato, che poi è il passato dell’umanità intera e non solo del popolo giapponese.


Un simbolo di questo passato unito alla costante paura di un’apocalisse atomica è il mostro Godzilla.

Esso nasce, si può dire, il primo marzo 1954, allorché l’equipaggio della nave “Fukuryu Maru” si trovò dalle parti dell’atollo di Bikini, proprio dove gli americani un giorno prima avevano testato la loro arma nucleare fino a quel momento più potente. Le conseguenze furono fatali: sette mesi dopo morì il radiotelegrafista Aikichi Kuboyama, mentre altri sei uomini si ammalarono di cancro al fegato. Sotto pressioni degli statunitensi, il governo giapponese rifiutò di riconoscere gli uomini dell’equipaggio come vittime della bomba atomica, cosa che suscitò l’indignazione del popolo, già in preda al panico. La ferita di nove anni prima si riaprì e il terrore della contaminazione non risparmiò nessuno. L’industria del cinema si attivò in un certo senso per esorcizzare questa paura collettiva di distruzione e contaminazione, rappresentando sul grande schermo sottoforma di film horror non solo le catastrofi di Hiroshima e Nagasaki, ma anche la tragedia della Fukuryu Maru.

In questo senso, una delle interpretazioni più interessanti del mito moderno di Godzilla è il film del 2001 Godzilla, Mothra and King Ghidorah, in cui il mostro incarna tutte le anime di coloro che sono morti durante la Seconda guerra mondiale, che da vittime diventano carnefici, mostrando cosa succede quando si agisce senza coscienza.


Oggi nel cuore di Hiroshima si trova il Peace Memorial Park, che ospita il A-Bomb Dome, ovvero lo scheletro di un edificio, che segna l’epicentro dell’esplosione nucleare, il Peace Memorial Museum e il Monumento alla pace dei bambini, dedicato tra gli altri anche Sadako Sasaki, la ragazzina della mille gru, che morì di leucemia nell’agosto 1955.

Io e mio marito abbiamo attraversato il parco diverse volte perché il nostro ostello si trovava proprio a due passi da lì. Mi ricordo il silenzio di quel luogo meditativo e un’immagina in particolare, quella di un uomo seduto su una panchina davanti al A-Bomb Dome, immerso in una serena contemplazione.



La zona della città in cui alloggiavamo era molto tranquilla. La nostra stanza era piuttosto vintage, con un futon e degli arredi essenziali che sembravano usciti da uno di quei film sulla Yakuza degli anni Settanta. Intorno all’ostello c’erano solo negozi di okonomiyaki, un curioso negozio di antiquariato con un poster di Anna Karina e qualche distributore automatico di bevande.

Dall’altra parte del parco abbiamo trovato, grazie a una dritta dei ragazzi dell’ostello, un ristorante di runnig sushi davvero fantastico (vedi la galleria alla fine dell'articolo).

Mio marito ha provato soprattutto nigiri con pesce, mentre io ho voluto assaggiare sushi con funghi shiitake, verdure e natto, soia fermentata e collosa, che dovrebbe contenere un sacco di vitamine e proteine, ma che io sono riuscita con molta difficoltà a buttare giù. Ho anche provato una sorta di brodo di pesce che però non mi ha convinto perché era estremamente grasso. Anche se il grasso del pesce è salutare e molto pregiato in Giappone a me non piace tantissimo!

Il secondo giorno a Hiroshima abbiamo programmato una gita a Miyajima, l’isola sacra, famosa per il suo torii immerso nell’acqua del mare. Dopo circa un’ora di viaggio in tram abbiamo raggiunto il porticciolo da dove parte il traghetto della JR, incluso nel nostro JR Pass. Già ad alcuni chilometri dalla costa di Miyajima abbiamo visto il torii rosso, che in mattinata si mostrava solo per due quarti. Una volta sbarcati, siamo stati intervistati da alcune scolare, che ci hanno fatto domande in inglese. Mio marito ha chiesto loro se giocassero a Pokémon Go. Le ragazzine sono arrossite e hanno risposto di no. Questo gioco sembra essere in Giappone una “cosa da grandi”: solo gli adulti ci si dedicano, mentre i più piccoli vogliono o devono dimostrarsi come seri scolari diligenti, che non perdono tempo con i Pocket Monsters!





Proseguendo sulla strada verso il tempio principale abbiamo incontrato molti cervi, che come a Nara sono socievoli e cercano sempre di scroccare una galletta ai turisti. Il tempio era così pieno che mio marito ha dovuto rinunciare per questa volta al suo Goshuin. Prima di salire verso la parte alta dell’isola abbiamo deciso di pranzare. Mio marito ha provato un okonomiyaki con ostriche, io delle semplici cappesante alla piastra. È stato bello vedere come i cuochi realizzassero il complicato okonomiyaki davanti ai nostri occhi, con la solita sconcertante abilità degli artigiani del gusto giapponesi. Il piatto per sé è molto articolato e non ha propriamente deliziato le nostre papille a causa della combinazione di troppi sapori insieme: uova, verdure, pesce, salse, spaghetti… insomma, tutto e niente.



Con le pance piene, ma non troppo, ci siamo diretti verso la funicolare per raggiungere la cima del monte Misen, il punto più alto dell'isola. Lassù abbiamo cominciato a perderci. Due volte abbiamo fatto la stessa strada per poi decidere di scendere a piedi. Oltre 500 m di scalini attraverso paesaggi tra i più diversi: boschi, scogli, pareti rocciose con torrenti di acqua e fango. Davvero faticoso, ma anche soprattutto davvero bello. Alla fine del percorso ci siamo concessi io un gelato alla patata dolce e mio marito delle eccellenti ostriche con una birra Asahi Superdry.


Tornando verso il porto siamo passati davanti al torii, che in questo momento si mostrava in tutta la sua imponente bellezza. L’acqua del mare si era, infatti, ritirata e molta gente camminava sul bagnasciuga, che rifletteva i colori del tramonto. Uno degli scenari più suggestivi e spirituali mai visti in vita mia.




Nella prossima puntata: Matsuyama (quanti rimpianti!) e Osaka




Galleria del sushi di Hiroshima







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